I tanti pregi delle ferrovie a scartamento ridotto
Scartamento ridotto! Bisognerebbe non pronunciare mai queste due parole con quel tono di sufficienza o di quasi offensiva ironia che spesso accade di sentire. E' un tono che ho usato talvolta anch'io, prima che conoscessi tanti pregi di queste piccole ferrovie; fino cioè all'aprile dello scorso 1979 quando, aderendo all'invito di un gruppo di amici, come me fanatici del vapore, partecipai al giro della Sardegna.
Due cose mi attraevano in sommo grado: il desiderio di rivedere l'Isola che sento e amo profondamente e la prospettiva più che allettante di percorrere tanti, tanti chilometri ornati dal fumo di una vaporiera. Tutto il percorso, o quasi, sarebbe stato compiuto sulle linee a scartamento ridotto delle "Complementari".
Interessato da sempre alle locomotive, discreto conoscitore di tante amatissime e - ohimè - quasi tutte defunte macchine delle nostre Ferrovie normali, non sapevo nulla, assolutamente nulla di quelle più piccole, nè‚ del materiale rotabile, nè degli impianti... nulla insomma!
Che rivelazione quel viaggio! E quanti luoghi altrimenti inaccessibili ho potuto ammirare, grazie a quella piccola ferrovia. Sono convinto che per conoscere bene un paese la strada carrozzabile non basti e che in ogni caso sia molto più adatta la ferrovia: questa infatti non fa violenza ai paesaggi , non invade prepotente i panorami, ma invece si fonde con essi, armonizza con tutti i più diversi aspetti delle contrade, si infiltra discreta fin nei luoghi più remoti, si accosta alle attività dei pastori e dei contadini accrescendo la poesia delle campagne, specialmente se a correre sulle quasi invisibili rotaie c'è(sì, è proprio la mia fissazione) una locomotiva palpitante e viva.
Il giro della Sardegna dunque cominciò a Olbia, ma salimmo in treno solo a Palau, su un'automotrice che andava a rotta di collo: scendeva, risaliva, s'inseriva in curve parecchio arrischiate con la massima sicurezza e cominciai a capire il perchè‚ d'uno scartamento minore dell'usuale: era necessario adattarsi alle tormentate caratteristiche del suolo isolano e lo scartamento ordinario avrebbe richiesto ponti, gallerie, imponenti opere murarie d'ogni specie, forse impossibili ad attuarsi o troppo costose. Questa ferrovietta, invece, efficientissima pur con la sua aria modesta, pareva nata col paesaggio e fatta apposta per farlo conoscere fin nelle lontananze più solitarie. Pensavo con ammirazione commossa agli ingegneri che l'avevano progettata cento e più anni fa, ai loro disagi, ai disagi e ai sacrifici degli operai che l'avevano tracciata con le loro sole braccia, aprendo alla vita, al commercio, piccole comunità completamente isolate.
Molti anni or sono avevo visto alla TV un piacevolissimo servizio: un viaggio per l' Isola con questa ferrovia. Di lì mi nacque il desiderio di visitare la Sardegna, che mi appariva così schietta nella sua incantevole asprezza nativa. Mi entusiasmarono le riprese fatte da quel trenino che tra balze e sughereti faceva fuggire giù per un pendio una famigliola di cinghialetti, o che doveva fermarsi a sorpresa perchè‚ un albero era cascato sui binari: e allora personale e viaggiatori fraternamente saltavano a terra per liberare il passaggio. Un po' quello che successe anche a noi in un bosco dopo Abbasanta.
Da allora son tornato più volte nell'Isola. La prima ne riportai una impressione incancellabile, turbata ad ogni ritorno da un certo rimpianto nel vederla sempre più offesa dall'invasione del cemento, ferita da strade e superstrade. Il rovescio di quella medaglia che sul recto porta la parola progresso. La ferrovietta, invece, è sempre lì.
La parte del viaggio che più attendevo cominciò a Isili: qui la stazione festeggiava il suo centesimo anniversario. Lasciai a mezzo il pranzo squisitamente preparato per la nostra comitiva e corsi dove vedevo il fumo della locomotiva appena arrivata, cogliendone subito le caratteristiche più appariscenti: il freno a vuoto, la distribuzione Caprotti... e quell'unico respingente centrale. A me, abituato a "quei due bei dischi massicci", che ornano da un capo e dall'altro i traversoni di tutti i veicoli delle reti normali, quel rettangolo in orizzontale di ferro leggermente convesso sembrava una stonatura da vecchia tranvia. Compresi ben presto quanto fosse pratico e necessario quell'unico punto di contatto tra i carri quando vidi come permetteva l'inserimento, altrimenti impossibile, nelle frequenti strettissime curve.
All'alba del giorno dopo, mentre gli altri chiusi in albergo dormivano ancora, io e due o tre gitanti tedeschi, su un carro attrezzi tirato ancora dalla 400 delle Reggiane, salimmo da Lanusei su verso le sorgenti del Flumendosa tra ferule e asfodeli in fiore, mentre balenavano lontano le nevi del Gennargentu, fino ad Arzana per girare la locomotiva. Restammo a bocca aperta assistendo a questa manovra: la piattaforna aveva il diametro minore del passo della locomotiva. Come avrebbero fatto? La soluzione era semplice come l'uovo di Colombo; ma chi l'aveva ideata un po' di genio l'aveva di certo. Fui ben contento di levarmi la curiosità che Maestro Antonio il macchinista aveva suscitato in me quando, la sera, a Lanusei mi aveva detto: " Se domattina presto viene con noi, vedrà come si fa a girare una macchina più lunga della piattaforma".
.Intanto avevo fatto amicizia con Angelo Usai, il bravo fuochista, e col permesso di Maestro Antonio percorsi un bel tratto in locomotiva. Cominciarono a considerarmi un po' uno dei loro quando mi videro attento a tutto e pronto a far funzionare l'iniettore. Naturalmente non conoscevo affatto il percorso e sarei andato a caso in questa manovra perchè‚ l'acqua andava continuamente su e giù entro il tubo di cristallo, ma per eseguirla badavo ai cenni che mi faceva Angiolino. Ammiravo intanto la valentia dell'attento guidatore: come reprimeva sul nascere ogni tentativo di slittamento, come lavorava di regolatore e di leva, riuscendo, nonostante il variare delle quote, a mantenere quasi uniforme la marcia della sua macchinetta, ora aggressiva nelle salite, ora appena sussurrante nelle rare tratte di piano. Scambiavo intanto con lui qualche frase:
- Vedo che conosce questa linea alla perfezione. E' molto tempo che la percorre?
- Sì, son quasi trent'anni.
- Chi sa quanto ha viaggiato, allora, con queste locomotive!
- Sì, prima una decina d'anni come fochista, poi altrettanti da macchinista.
- E ora?
- Sempre su questa linea porto le automotrici.
- E' stato contento di fare questo viaggio con la sua vecchia vaporiera?
- Certamente! Contentissimo. Io e Angelo l'abbiamo presa dall'accantonamento e abbiano lavorato anche la notte per rimetterla in efficienza. Sente come va bene?
Era veramente ben costruita, docile e pronta quella macchina. E arrischiai una domanda:
- Come si trova con le automotrici?
- Bene, sì, insomma... Ma il cuore è sempre qui.
Intanto che si parlava, il treno scendeva, scendeva per un interminabile pendio e maestro Antonio manovrava di continuo una strana levetta (strana per noi abituati al Westhinghouse o al moderabile): il comando del freno a vuoto. E Angelino ogni tanto mi accennava di aprire l'iniettore. Infine gli domandai:
- O che bisogno c'è di tanta acqua se la macchina non lavora?
- C'è che il freno consuma tanto di quel vapore... Quasi più di quello che ci vuole per mandare avanti i cilindri - rispose.
Infatti il comignoletto del freno a vuoto soffiava e soffiava continuamente, peggio di una Coale.
Quel viaggio di sogno finì. Avevo imparato molte cose. Ho ritrovato quest'anno, in Sicilia, alcuni compagni di quell'entusiasmante viaggio. Ho percorso ancora qualche decina di chilometri sullo scartamento ridotto con la 302, imparando tante altre cose ancora e perdendo altri inconsistenti pregiudizi, come, per esempio... Ma forse di questi parlerò un'altra volta.
Arrigo Giannini
Questo scritto di Arrigo Giannini - qui pubblicato postumo - è l'ultimo inviatoci dal figlio Valerio dopo la morte del padre. Esso dimostra qual sorta di sentimento, che non è azzardato definire affettuoso, lo legasse alle locomotive a vapore. Purtroppo la sorte non gli ha concesso di rivelarci quali fossero gli "inconsistenti pregiudizi" sfatati dal viaggio sulla 302 in Sicilia.
(G.R.)
Copyright © 1995
Publinetwork®
(Trade mark of
SIR S.r.L.
). All rights reserved